L’accordo europeo non lo impone all’Italia, dove comunque se ne discute da tempo facendo ipotesi sulle possibili conseguenze
L’accordo raggiunto tra il Consiglio dell’Unione Europea, il Parlamento Europeo e la Commissione sulla direttiva – non vincolante – sul salario minimo nei paesi dell’Unione contribuirà a ravvivare un dibattito che nelle ultime settimane in Italia aveva già coinvolto governo, partiti, sindacati e associazioni che rappresentano le imprese sull’opportunità di introdurlo anche in Italia, dove al momento non è previsto.
Il salario minimo consiste in una soglia minima decisa su base oraria o mensile che deve essere garantita ai lavoratori e alle lavoratrici. Non può essere ridotta attraverso un accordo collettivo o privato, quindi consiste in un limite di retribuzione sotto al quale il datore di lavoro non può scendere senza violare la legge.
Finora le discussioni sui possibili effetti del salario minimo in Italia sono state approfondite in modo parziale, anche perché la direttiva europea non impone un salario minimo uguale per tutti i paesi membri, né l’obbligo di introdurlo per legge nei paesi – come l’Italia – dove è molto diffusa la contrattazione collettiva, cioè gli accordi e i vincoli che regolano i contratti nei diversi settori del lavoro. Anche se l’Italia non è direttamente coinvolta dalla direttiva, la diminuzione dei salari registrata negli ultimi anni, il precariato e i problemi di accesso al lavoro di alcune fasce della popolazione come i giovani e le donne hanno portato diversi politici ed economisti a sostenere l’esigenza di cambiare o rafforzare il sistema attuale di tutele contrattuali.




