Eredità del passato, i buoni pasto si sono oggi trasformati in una integrazione salariale parzialmente esente da imposte e contributi. Ma ha ancora senso mantenere in vita un complesso sistema di gestione, che comporta costi elevati per gli esercenti?

Perché piacciono a imprese e dipendenti

Molti contratti di lavoro pubblici e privati prevedono l’erogazione di “buoni pasto” quando sul luogo di lavoro non esistono servizi di mensa. Si tratta di strumenti nati quando questi servizi cominciavano già a scomparire, assieme alle grandi fabbriche e agli uffici di una volta, che prevedevano turni di lavoro e pause rigide. Per risparmiare sui costi, quasi tutte le imprese hanno abolito i servizi di mensa, sostituendoli con i famosi “buoni pasto”, spendibili presso esercizi convenzionati. I buoni hanno ereditato l’esenzione fiscale delle vecchie mense (col limite di 4 euro l’uno per i buoni cartacei e 8 per quelli elettronici), i cui costi sono detraibili dal reddito di impresa. È una caratteristica che li ha resi graditi sia alle imprese sia ai lavoratori, ma molto meno agli esercenti, che sopportano commissioni e oneri burocratici non irrilevanti.

Sorprendentemente, in Italia i buoni non sono previsti da alcuna normativa generale e dipendono interamente dalla contrattazione collettiva, tanto è vero che la Cassazione (con sentenza n. 16135 del 28.7.2020) ha stabilito che il datore di lavoro può perfino interrompere unilateralmente la loro erogazione perché “non è un elemento della retribuzione “normale”, ma è una agevolazione di carattere assistenziale collegata al rapporto di lavoro da un nesso meramente occasionale, pertanto non rientranti nel trattamento retributivo in senso stretto; sicché, il regime della loro erogazione può essere variato anche per unilaterale deliberazione del datore, senza bisogno di un accordo con i sindacati”.

Un modello di business poco sostenibile

La Sda-Bocconi ha stimato che i buoni muovano un giro di affari di circa 3 miliardi di euro l’anno e danno lavoro a circa 190 mila addetti (compreso l’indotto). Quasi tutti sono emessi da poche grandi aziende (per citarne alcune: Pellegrini, Repas, Pay, Edenred, Ticket Restaurant) che cedono i buoni alle imprese a un prezzo scontato rispetto al valore facciale, rifacendosi poi sugli esercenti.

Un modello di business di questo tipo è difficilmente sostenibile, perché i margini dei gestori dipendono dalla loro capacità di imporre commissioni elevate e dilazioni di pagamento agli esercenti per proporre offerte sempre più al ribasso alle imprese. Il meccanismo funziona fino a quando i buoni contribuiscono a fidelizzare i clienti e allargare significativamente il fatturato degli esercenti (che quindi hanno un incentivo ad accettarli) e la liquidità dei gestori può essere impiegata a tassi elevati (in modo da compensare parte degli sconti). Con una domanda interna debole e tassi di interesse negativi il modello entra in crisi. Non a caso, alcuni gestori di buoni (fra cui uno dei fornitori della Pa) sono falliti, creando problemi economici e di relazioni sindacali.

Ad esempio, nell’ultima gara aggiudicata dalla Consip per i buoni da distribuire ai pubblici dipendenti lo sconto sul valore facciale è andato dal 7 per cento a circa il 20 per cento ed è ovvio che il ricarico sugli esercizi commerciali non può essere inferiore a queste percentuali per assicurare l’equilibrio economico dei gestori. Se ne lamentano anche le associazioni degli esercenti in vista delle nuove gare, che denunciano commissioni poco inferiori al 20 per cento e forti ritardi nei pagamenti (nonostante la dematerializzazione dei buoni) e per questo minacciano di recedere dalle convenzioni con le società emettitrici.

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