Sempre più società, agenzie governative, istituzioni per l’istruzione e organizzazioni filantropiche si trovano oggi prigioniere di un nuovo fenomeno a cui ho dato il nome di “fissazione per le rilevazioni”. Uno dei suoi aspetti chiave è l’idea che sia possibile, oltre che desiderabile, sostituire il giudizio professionale, acquisito attraverso il talento e l’esperienza personale, con indicatori numerici della performance relativa, basati su una serie di dati standardizzati. O che il modo migliore per motivare il personale di queste società sia di assegnare ricompense e punizioni alla performance rilevata.

Queste ricompense possono essere monetarie, come nel caso degli incentivi pecuniari offerti per una buona prestazione lavorativa, o legate alla reputazione, come i ranking di università e ospedali, o le pagelle proposte per i chirurghi. Uno degli effetti più negativi di questa ossessione, però, è di rendere tutto un gioco: si incoraggiano infatti i professionisti a massimizzare gli indicatori di performance secondo modalità che sono spesso in contrasto con lo scopo più ampio di una società o di un’istituzione. Se, ad esempio, il tasso di reati gravi è l’indicatore in base al quale vengono promossi gli ufficiali di polizia, alcuni di questi finiranno per non riportare gli atti criminali a cui assistono, o per declassarli da reati gravi a semplici infrazioni. Pensate ancora al caso dei chirurghi: se vengono resi pubblici i dati relativi alle loro performance, che possono andare a intaccare la loro reputazione e le loro entrate, alcuni di loro cercheranno di migliorare la propria posizione rifiutandosi di operare sui casi più complessi e di evitare così possibili risultati negativi. A perderci, però, sono i pazienti che non ricevono gli interventi necessari.

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