La pandemia ha portato a un aumento del numero di ore lavorate. Lo rivela una ricerca condotta da Microsoft, secondo cui dal marzo 2020 la giornata lavorativa media è aumentata del 13% (circa un’ora). Ma il dato forse più preoccupante è che il lavoro effettuato dopo il normale orario d’ufficio è aumentato del doppio.

Lo smart working è spesso dispersivo, e per molti è diventato difficile tracciare confini tra il tempo libero, la cura dei figli e della casa e il tempo da dedicare al lavoro.

La ricerca evidenzia anche come ci sia stato un drastico cambiamento nei “picchi di produttività” durante la giornata lavorativa. Prima della pandemia gli impiegati erano più produttivi appena prima e appena dopo la pausa pranzo. Dal 2020 un altro picco ha iniziato a registrarsi la sera tardi. Il 30% delle persone coinvolte nello studio è risultata produttiva alle 10 di sera quanto lo era alle 8 del mattino (e cioè a quell’ora stava lavorando al computer, mandando email o utilizzando applicativi non per svago ma per lavoro).

Questo terzo picco di produttività sembra essere causato proprio dal fatto che la flessibilità del lavoro da remoto permette alle persone di gestire la giornata in modo differente, prendendosi delle pause anche durante il normale orario d’ufficio, magari per andare a prendere i figli a scuola, e decidendo poi di finire il proprio lavoro dopo cena.

Sicuramente il lato positivo di questo fenomeno è che lo smart working permette alle persone di gestire la propria giornata al meglio, facendo coincidere ispirazione e produttività più facilmente. Ma la mancanza di confini tra vita privata e lavoro sta creando tantissimi problemi e negli ultimi due anni ha portato al diffondersi del fenomeno della Great Resignation.

Il 52% degli impiegati ha deciso di dare maggiore priorità al proprio benessere e alla propria salute rispetto al lavoro. Questo ha portato al licenziamento volontario nel 2020 il 17% delle persone, e nel 2021 il 18%.

Il problema più grosso? Le riunioni!

Ciò che spinge le persone a lavorare senza limiti di orario è il fatto che oggi lavorare significa soprattutto “fare riunioni”.

Nei primi mesi della pandemia si è registrata un’impennata delle riunioni; numero che è raddoppiato alla fine del 2020 e che nel 2021 è continuato a crescere, raggiungendo quest’anno il massimo storico. Secondo la ricerca di Microsoft oggi le persone partecipano al 250% in più di riunioni rispetto al pre-pandemia.

Questo è dovuto anche al fatto che le aziende sono ancora portate a pensare che il lavoro debba essere sincrono, e che quindi sia necessario organizzare meeting in modo che tutti sia presenti allo stesso momento. Ma il lavoro da remoto può essere asincrono (per la maggior parte degli impieghi), e quindi è necessario che le imprese e i manager rivedano le loro priorità e il vecchio modello di produttività a cui la maggior parte di loro è ancora legata.

Ma prima della pandemia si facevano davvero meno riunioni? Secondo un articolo pubblicato sulla Harvard Business Review nel 2017 il dirigente medio era impegnato 23 ore alla settimana in meeting (mentre negli anni Sessante le riunioni richiedevano solo 10 ore la settimana). All’epoca il 65% del campione intervistato diceva di non riuscire a completare il proprio lavoro a causa proprio delle troppe riunioni. E il 71% le giudicava improduttive e inutili.

Con la pandemia il “problema” delle troppe riunioni è sicuramente peggiorato. Secondo uno studio della scuola di management di Anversa ogni azienda perde 2500 euro l’anno per ogni dipendente, a causa delle riunioni inutili Questo tempo potrebbe essere utilizzato in modo diverso e permetterebbe alle persone di organizzarsi meglio.

Quando le riunioni sono “cattive”? Quando sono troppo frequenti, quando vengono organizzate nel momento sbagliato e quando vengono condotte in modo inadeguato.

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