La crisi della “supply chain” sta portando aziende e governi a ripensare certi effetti della globalizzazione, ma ci vorrà tempo

Dopo anni di affanni e difficoltà, la crisi dei commerci globali provocata dalla pandemia da coronavirus potrebbe aver avviato un profondo cambiamento e una ristrutturazione complessiva della “supply chain” globale, cioè di quel complesso e interconnesso sistema di trasporti e rifornimenti su cui si basano il commercio e l’economia del mondo.

Da ormai due anni scarseggiano un po’ ovunque beni di consumo, materie prime, materiali da costruzione e prodotti elettronici: alcuni beni sono introvabili, per altri ci sono lunghe liste d’attesa, e in generale per una grande quantità di prodotti è venuta a mancare la disponibilità immediata e facile di qualche anno fa. Lo sa per esempio chi in questi mesi ha dovuto ristrutturare casa e si è trovato davanti gravi ritardi di approvvigionamento dei materiali; ma anche chi ha comprato prodotti comuni, come mobili, elettrodomestici, computer o automobili, e spesso ha dovuto aspettare settimane o mesi per avere quello che desiderava, o ha dovuto ripiegare su prodotti alternativi più accessibili.

Questa scarsità è stata attribuita a un problema complessivo del sistema dei commerci e dei trasporti, che si trovava in difficoltà da circa un decennio ma che è stato messo sotto pressione da una serie di crisi arrivate una dietro l’altra: la più devastante è stata quella provocata dalla pandemia, e dunque dai lockdown e dall’interruzione della produzione industriale che tuttora interessa molti paesi. Poi si sono aggiunte varie problematiche interconnesse, dai trasporti alla scarsità di forza lavoro.

Da ultimo, l’invasione russa dell’Ucraina ha messo in crisi definitiva un sistema già debolissimo, provocando un aumento del prezzo dell’energia, una probabile crisi alimentare mondiale e ulteriori ostacoli e lentezze a trasporti e commerci.

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