La repentina ascesa politica di Matteo Renzi in Italia e di Manuel Valls in Francia, e prima di loro di Enrique Peña Nieto in Messico, non segnala soltanto un fisiologico ricambio generazionale dei leader progressisti al potere e un possibile allargamento della base elettorale della sinistra. È molto di più. È la caduta definitiva del Muro di Berlino. È il superamento delle antiche battaglie ideologiche della seconda metà del secolo scorso. È il ritorno del liberalismo a sinistra, ovvero nel luogo fisico dove è sempre stato prima dell’avvento del marxismo.
In Europa i liberali sono considerati di destra, nonostante siano nati di sinistra. Dopo la Rivoluzione francese, nelle aule legislative i liberali si sedevano alla sinistra del sovrano, insieme con i borghesi, con il Terzo Stato (nobiltà e clero si accomodavano a destra). Poi sono successe molte cose, una per tutte la diffusione dell’ideologia socialista che ha scalzato i liberali dai banchi di sinistra, spostandoli a destra, e ha cancellato il partito Whig in Inghilterra.
Negli Stati Uniti, invece, la sinistra è liberal. Liberal vuol dire liberale. Immuni dal marxismo, i democratici americani sono rimasti liberali e non si sono mossi dal lato sinistro del corridoio politico (aisle) che divide al Congresso di Washington i democratici dai repubblicani.
Nel corso dei decenni in Europa abbiamo assistito a un lento ma costante allontanamento della sinistra ufficiale dal marxismo. La socialdemocrazia è stata una prima mediazione possibile tra capitalismo e comunismo, così come lo sono stati il socialismo liberale e il riformismo. La sinistra tedesca ha ripudiato il marxismo nel 1959, col famoso congresso di Bad Godesberg sempre invocato e mai raggiunto dalla sinistra comunista italiana, facilitando la strada alle riforme liberali dei successivi leader della Spd. In Francia e in Italia ci sono stati i tentativi più o meno riusciti di François Mitterrand e di Bettino Craxi di conquistare autonomia ideologica e agibilità politica rispetto alla forza e alla tradizione dei più grandi partiti comunisti dell’Europa occidentale, il Pcf e il Pci.
In Gran Bretagna è stato il New Labour di Tony Blair a cambiare per sempre la sinistra inglese, e non solo, introducendo l’idea della Terza Via, un compromesso equilibrato tra le politiche economiche liberali e quelle socialiste che ha conquistato il mondo ed è sfociato nell’idea dell’Ulivo mondiale.
È vero che Matteo Renzi è cresciuto con i miti di Tony Blair e di Bill Clinton, ma due decenni dopo quell’esperienza di governo della sinistra internazionale, il nuovo presidente del Consiglio italiano si rivolge a un elettorato completamente diverso, estraneo a quel dibattito, lontano anni luce dalla dittatura del proletariato. Alle elezioni europee del 25 maggio voteranno i ragazzi della classe 1996, nati due anni dopo la prima vittoria di Silvio Berlusconi, quattro anni dopo le Mani pulite che hanno cancellato i partiti della Prima Repubblica, sette anni dopo il crollo dell’Unione Sovietica. I nati nell’anno dell’abbattimento del Muro di Berlino e del trionfo della società aperta e liberale oggi hanno venticinque anni.
Il dibattito di questo ventennio, compreso quello di casa nostra, non ha mai coinvolto chi nello stesso periodo non era ancora diventato un soggetto politico attivo. I ventenni, i trentenni e i quarantenni di oggi sono entrati nell’età della ragione a comunismo già archiviato nella spazzatura della storia («ash heap of history», Ronald Reagan al Parlamento di Westminster, anno 1982). Senza il comunismo e senza il socialismo, e di conseguenza resa obsoleta la socialdemocrazia e superata la Terza Via, le idee liberali sono tornate a confluire a sinistra, libere di contrapporsi naturalmente al conservatorismo istituzionale, economico e sociale, e al populismo.
Il liberalismo di Renzi e di Valls è una specie di upgrade dalla Terza alla Seconda Via, ovvero l’alternativa tradizionale e storica al conservatorismo; è quel True Progressivism cui l’Economist a fine 2012 ha dedicato una copertina, ovvero una politica centrista ma radicale che contrasta le diseguaglianze senza compromettere la crescita economica. «Non serve più la contrapposizione tra destra e sinistra – ha detto Tony Blair a Renzi nel colloquio del mese scorso all’ambasciata italiana di Londra – ma quella tra giusto e sbagliato, fra ciò che funziona e ciò che non funziona».
Chi sostiene che i due giovani premier di sinistra di Italia e Francia siano pericolosi agenti della destra al servizio della reazione e delle dottrine neoliberiste non ha colto che cosa è successo, non si è accorto di questa mutazione genetica, non capisce che sono magari involontariamente i nuovi interpreti dello spirito del tempo.
Lo scenario politico si avvicina a quello americano che, in assenza del socialismo, ha mantenuto una destra conservatrice e una sinistra liberal-progressista. L’attuale liberalismo americano di sinistra, peraltro, è cominciato negli anni Trenta con le politiche sociali del New Deal progettate dal presidente Franklin Delano Roosevelt proprio per evitare che le diseguaglianze provocate dal capitalismo potessero scatenare una rivolta socialista interna. Mentre l’Europa era nel pieno del delirio nazifascista e comunista, negli Stati Uniti la risposta alla crisi e alle storture del mercato è stata liberale, di sinistra.
di Christian Rocca – da camilloblog.it




